lunedì 17 marzo 2014

CIAO MARCO...


Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato… 
 Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico. Vinicio Stefanello Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato... Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico.

 Vinicio Stefanello

3 commenti:

Annamaria Galbiati ha detto...

...io non lo conoscevo,ma questo non importa.Amo anch'io la montagna(forse non come lui!)ma capisco "quella passione travolgente"che ti fa far follie...secondo gli "altri"...!!
Anch'io sono stata quest'estate agli Eccles...non oltre,ma lì si respira un'aria emozionante e meravigliosa che solo chi ama "salire" CAPISCE.
Una preghiera per l'amico scomparso.

Annamaria

èrman ha detto...

Grazie Annamaria

Anonimo ha detto...

Ma era il pilastro Centrale o quello del Freney...?!!