martedì 27 maggio 2014

sabato 24 maggio 2014

Scapinèla


La mia versione di Cenerentola

C'era una volta una coppia di stregoni, Lapis e  Zöta. Erano poveri ma buoni. Vivevano in cima a una montagna. Era il monte più alto del pianeta verde. Avevano una figlia. La streghina si chiamava Scapinèla. Per la loro piccola facevano tutto; tanto era l'amore per la loro bambina. Era piccola quella bimba e tanto magrolina. Vestita di teli di iuta. Tanti piccoli pezzi trovati qua e là ma cuciti dalla mamma e il suo vestito sembrava fosse stato disegnato dal miglior stilista. Era sempre molto pulita e profumava di nigritella, il balsamo che usava la mamma per lavare i vestiti.
La vita scorreva dolce e quasi senza problemi finché un giorno, così si diceva, qualcuno aveva messo del veleno alla sorgente della casetta dei due stregoni. 
Pochi giorni dopo Lapis e  Zöta se ne andarono… e Scapinèla rimase sola. Fu adottata da una strana strega. Era l'unica senza casa e così si sarebbe potuta sistemare nella loro casa e accudire la piccola. Non era molto ben vista nel borgo ma era l'unica che poteva curarsi di lei. La piccola venne schiavizzata dalla fattucchiera che la sottoponeva alle fatiche più dure. Ogni giorno puliva la casa da cima a fondo. Alla sera la cena era misera e se la doveva cucinare da sè. I cari genitori erano sepolti sotto un castagno centenario. Subito dopo cena andava al castagno a piangere sulle tombe dei genitori ma soprattutto rimaneva su quella della cara mamma. Ogni giorno portava alla mamma un fiorellino diverso che raccoglieva sul sentiero che portava all’albero. Non c'era acqua da quelle parti ma la piccola annaffiava i fiorellini con le sue lacrime. Poi tornava a casa per alzarsi al mattino all’alba. Un fetta di pane ammuffito e un bicchiere d'acqua era la sua colazione. Questa era la sua vita ma l'amore che aveva per la sua mamma la faceva star bene. Gli anni passavano e Scapinèla cresceva. Ormai era una ragazza. Da quella strega non aveva mai ricevuto una carezza o una parola dolce. Mai. Un giorno la befana crudele le disse che sarebbe andata a una festa al castello del Re. Sarebbe stata via alcuni giorni. Si sentiva bella e sperava di poter far innamorare il principe per farsi sposare. Sarebbe voluta andare anche Scapinèla ma lei glie lo impedì. "Brutta come sei e conciata così nessuno ti guarderebbe". In effetti il vestito che portava era ancora quello cucito dalla mamma. Solo col passare del tempo aveva aggiunto qualche strisciolina per allungarlo e allargarlo. La dolce streghina era sempre pulita e profumata. La megera se ne andò lasciando alla piccola solo un filoncino di pane e due cipolle puzzolenti. Quelle giornate le poteva vivere a modo suo però. Andò per il bosco a raccogliere frutti e bacche e finalmente riuscì a riempire quel suo pancino. Raccolse fiori bellissimi e li portò alla sua mammina. Rimase da lei molte ore a parlarle e a piangere. Gli disse che sarebbe voluta andare alla festa al castello ma non poteva certo andare così vestita. Piccoli uccellini iniziarono a volteggiare attorno a lei. Erano piccoli piccoli e tanto colorati. Il loro cinguettio sembrava le dicesse "torna stasera"… Scapinèla all'imbrunire tornò alla tomba. Si distese vicina a Zöta. Piangeva ma sorrideva. Poi sentì il cinguettio e vide arrivare gli uccellini che luccicavano nel buio pesto. Non capiva. Le sembrava di vivere in una fiaba. La luce era abbagliante e dovette chiudere gli occhi. Poi un tepore la avvolse e ai piedi sentì una sensazione strana. Non sapeva che cosa le era successo. Aprì gli occhi e per prima cosa guardò in basso. Si sentiva alta. Erano le sue scarpette. Avevano i tacchi alti di diamante rosa. La scarpina era nera brillante di un materiale morbidissimo. Ora vedeva anche il vestito. La juta si era trasformata in seta purissima e tutti i fiorellini che in quegli anni aveva portato alla mamma si erano trasformati in pietre preziose. Indossava calze francesine velate di seta rosa. Gli uccellini misero a terra un telo di lino lilla su cui sdraiarono Scapinèla. Poi tutti insieme volarono al castello del Re per portare la piccola. Appena entrata il Principe la vide e si invaghì subito di lei. Scapinèla rimase esterrefatta da tanto lusso e ricchezza e si spaventò. Non riusciva a correre con quelle scarpette. Le tolse e corse veloce fuori. Il ponte levatoio era alzato. Allora fece un salto esagerato e arrivata dall'altra parte del fossato dovette lasciare le scarpe per potersi attaccare con le sue manine. Poi corse forte fino dalla mamma e dopo essersi spogliata di tanta magnificenza e rimessi i suoi stracci tornò triste ma felice verso casa. Il giorno dopo gli addetti al ponte mobile trovarono quelle scarpine preziose e le portarono al Re. Iniziarono a cercare la ragazza che portava quelle scarpe. Affissero dei cartelli per il paese. "Chi potrà calzare quelle scarpe diverrà sposa del Principe". Centinaia di ragazze andarono al castello. Nessuna aveva un piedino che potesse entrare in quelle scarpine.
Un giorno, molto tempo dopo, il Principe si allontanò per una passeggiata con amici. Si persero nel bosco e arrivò il buio. Erano disperati ma incontrarono Scapinèla che tornava dal castagno. Le indicò la strada per tornare al castello e fu in quel momento che al Principe sembrò di riconoscere quella ragazza. Non riuscì a dire una parola. Prese una scarpetta e si avvicinò a Scapinèla. Era mezzanotte. La piccola abbassò gli occhi e il Principe si chinò e le calzò facilmente la scarpettina. Era proprio lei. La prese in braccio, la strinse a sé, e senza mai toglierle gli occhi di dosso corse verso il castello. Per la prima volta nella sua vita dormì in un letto. Un materasso, delle lenzuola di lino, una calda coperta… tanto grande e tutta sola. Il Principe si innamorò subito di lei. Non solo per la sua bellezza, ma per la sua semplicità e bontà. Sarebbe diventata la Principessa del villaggio. Scapinèla era bellissima, forse piccina e magrolina, con occhi color smeraldo, una pelle chiarissima e un piedino piccolo e unico. Fecero una grande festa per il matrimonio e vennero invitati tutti. Anche la strega non tanto buona. Scapinèla fece un regalo anche a lei e quel giorno, soltanto allora, quella strega cattiva, capì cosa significasse essere buoni e anche la sua vita cambiò radicalmente.
E vissero tutti felici e contenti.


venerdì 9 maggio 2014

martedì 29 aprile 2014

domenica 13 aprile 2014

giovedì 10 aprile 2014

lunedì 17 marzo 2014

CIAO MARCO...


Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato… 
 Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico. Vinicio Stefanello Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato... Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico.

 Vinicio Stefanello

sabato 15 marzo 2014

mercoledì 12 marzo 2014

TRAGEDIA MA FINE FELICE

Brownie

Remo Formaini

la valanga

Cima Sera

Sei giorni a digiuno e all'addiaccio in cerca del padrone. Trovato vivo da Patrik Serafini il cane di Remo Formaini ancora sul luogo dell'incidente.

E' stata una delle cose piu belle che potessero capitare. Quasi un miracolo". Inizia così il racconto di Patrick Serafini, giovane di Vergonzo, frazione del Comune di Comano Terme. Sei giorni fa Remo Formaini di Cavrasto ha perso la vita sotto una valanga a Cima Sera, nelle Giudicarie Esteriori, sul versante che da sulla Busa di Tione. Con lui c'era il suo cane: un border collie di quattro anni, sempre al suo fianco durante le escursioni in montagna.

Il corpo dello sfortunato sci alpinista era stato ritrovato privo di vita sotto un metro e mezzo di neve dalle squadre di soccorso. Del cane nessuna traccia.
«Continuavo a pensare al suo bellissimo cane dato per morto sotto quella montagna di neve, per questo questa oggi sono tornato lassù» racconta Patrick che d'un tratto si è trovato di fronte Brownie, il cane di Remo. «Mentre scendo ai bordi della slavina sento abbaiare: con enorme stupore e felicità vedo venirmi incontro la bestiola spaventata e affamata. E' stata un'emozione fortissima. Quasi non credevo ai miei occhi". "Dopo avergli dato il mio pranzo siamo scesi insieme fino al passo Durone. Mi è saltato in macchina e l'ho accompagno a Cavrasto a casa sua...". E' difficile non nascondere l'emozione dopo un'avventura del genere. Patrick Serafini, anche lui appassionato di montagna, incontrava spesso Remo Formaini con a fianco il suo cane. Quasi un presentimento lo ha spinto lassù, dove sei giorni or sono era successa la disgrazia. Sci ai piedi e pelli di foca ha raggiunto i 1.850 metri di Cima Sera. Lì, ai bordi della valanga, dove la neve ha uno spessore anche di sei metri, la grande sorpresa: Brownie, il border collie di Remo, era vivo. Dimagrito, smunto, affamato, ma in salute. Era rimasto a cercare il padrone per giorni. E ora, quasi rassegnato, alla presenza di una voce amica, lo aveva seguito docilmente sulla via del ritorno. (c.d.s.)

domenica 9 marzo 2014

VALANGHE

Oggi verso le 13 ho visto cadere la valanga dalla cima Lancia. Un bel casino ha fatto. 
La seconda valanga caduta qualche giorno fa è sulle pendici del Doss del Sabion verso la malga Bregn da l'Ors.
CIMA LANCIA

DOSS DEL SABION